Un veliero come casa. Gli appassionati di mare seguirono con scetticismo Pigna nei 4 anni che impiegò per trasformare un relitto da demolire nel veliero Intrepido; una tragicomica odissea che una titolata giuria premiò assegnando a Pigna il premio “Galeone d’argento”per la “più bella barca-idea” del Salone Nautico di Genova del 1976. La notizia fu riportata dai giornali con titoli vistosi come “Pigna vende tutto e va a vivere in goletta”,oppure: “Pigna cerca velisti bravi (e paganti)”eanche “In mare con fantasia, Un veliero è la sua casa”  e così via. Del “caso”  si occuparono anche i giornali scandalistici secondo i quali Pigna diventò, di volta in volta, un “inviato di lusso che vive inbarca a Monte Carlo”, oppure uno che “Lascia la Tv per fare lo sguattero (ma la moglie dice io resto a casa)”.  Notizie spesso imprecise che meritano una messa a punto e una utile premessa, la seguente:
           Quando Pigna passò in TV la “Domenica Sportiva” era la trasmissione più popolare essendo la sola che “faceva vedere i gol”. Enzo Tortora, che trasformò il notiziario in uno show,  era una delle poche grandi star dell’unica TV italiana del tempo (con Mike Buongiorno, Mario Riva, Ugo Tognazzi, Raimondo Vinello e pochi altri). Di conseguenza, anche Pigna diventò un volto noto e molti pensarono che potesse trarre chissà quali vantaggi da quella popolarità. Non fu così. Al contrario, ne uscì deteriorato il suo rapporto con l’ambiente Rai ben diverso da quello che Pigna si era lasciato alle spalle (Buzzati, il Corriere della sera) con l’aggravante degli autografi che gli venivano chiesti magari proprio mentre Pigna stava chiacchierando con i suoi colleghi di lavoro (i quali ne erano infastiditi).
           L’handicap degli autografi. In fondo si ripeteva ciò che accadeva con Tortora; che però era un divo conclamato, mentre Pigna era uno sconosciuto (rispetto a quegli stessi colleghi) fino al suo arrivo in TV. Alla lunga Pigna si rese conto che accettando di imbarcarsi “sull’ammiraglia più scintillante del piccolo schermo” (vedi alla voce televisione: la lettera di Enzo Tortora)  si era involontariamente cacciato in un vicolo cieco con l’ovvia conclusione che lui, in Rai, sarebbe diventato un emarginato senza alcuna prospettiva seria. Un giorno confidò il suo disagio al suo amico Dino Buzzati il quale, nel suo candore, gli rispose ridendo: “Ma come, sei diventato famoso e te ne lamenti pure?
           Buzzati e sua moglie Almerina avevano voluto che Pigna pernottasse nella loro casa quando si spostava da Roma a Milano per condurre la Domenica Sportiva. “Per non perderci di vista – diceva il Dino – perché l’amicizia è un fatto geografico: e i chilometri scavano fossati a volte incolmabili.” In realtà Buzzati si rendeva conto che l’amico stava affrontando un’esperienza nuova e difficile, tanto diversa da quella (ardua ma esaltante) vissuta insieme al Corriere della sera (vedi); ma lui era certo che il suo fraterno amico Pigna se la sarebbe cavata; magari (sperava), anche con il suo aiuto.  
           Purtroppo Pigna poté pernottare poche volte in casa Buzzati. Il fatto è che, dopo la trasmissione, non poteva mancare alla cena di prammatica con lo staff della Domenica Sportiva  e, di conseguenza, non gli andava di fare irruzione in casa Buzzati a notte fonda. Fu così che Buzzati e Pigna si persero di vista pur continuando a seguire l’uno il lavoro dell’altro. L’8 dicembre 1971 Pigna lesse sul Corriere della sera un elzeviro di Buzzati “Alberi” e, commentandolo con Gaetano Afeltra, seppe che Buzzati era ammalato. Telefonò subito e la moglie di Buzzati, Almerina, gli disse che il peggio era passato: “meglio lasciarlo tranquillo ora – disse – ti richiamerò io per un  appuntamento.”
           La morte di Buzzati. Circa un mese dopo, il 28 febbraio 1972,  Buzzati morì e Pigna lo seppe da un telegiornale. Era passato un anno e mezzo dall’inizio del suo tormentato lavoro in Rai che, per giunta, lo teneva sempre più di frequente lontano dalla moglie e dai figli. Per Pigna la morte del Dino fu una batosta tremenda. C’è chi, dopo mazzate del genere, farnetica di isole deserte e di barche su cui fuggire lontano. Poi tutto passa e si torna al tran-tran di tutti i giorni. Per Pigna, invece, diventò un chiodo fisso anche perché era da tempo che meditava di ritirarsi sulla barca e di tornare a scrivere i suoi libri (vedi: lo scrittore). E sapeva di poterlo fare perché il contratto-Rai, come “inviato”,gli imponeva l’obbligo della “reperibilità” non di frequentare gli uffici se non c’era da lavorare (vedi la voce Chi è).
            La prima idea fu di imbarcarsi sul “Bagattelle”, il cabinato a motoresul quale aveva scritto un paio dei suoi libri trascorrendo le vacanze con la famiglia. Ma era un’idea irrealizzabile perché a lui occorreva una barca che fosse grande abbastanza per ospitare, stabilmente, tutta la famiglia: una barca, a vela,  che fosse anche una palestra di vita per i suoi figli. La seconda idea fu di vendere sia il “Bagattelle”, sia la loro casa (ancora sotto mutuo) ma scoprì che per racimolare il danaro occorrente, avrebbe dovuto possedere, oltre al cabinato, non una, ma quattro case come la sua.
            L’acquisto del relitto. La terza idea, decisiva, fu di seguire l’esempio di un bancario il quale aveva ristrutturato, da sé, in economia, una vecchia barca, acquistata per pochi soldi, sulla quale ci campava lui e la sua famiglia. Fu per un caso che Pigna scovò nel porto canale di Porto Garibaldi in Adriatico il peschereccio “Padre Pio”, prossimo alla demolizione. Era la fine dell’estate 1972 quando Pigna, con l’aiuto di un paio di vecchi carpentieri, affrontò l’impresa di trasformare quel relitto in un veliero. Gli ci vollero 4 anni per realizzare la goletta che Helmuth Shmalzl nobilitò con la splendida “polena” che egli stesso scolpì e mise in opera, personalmente, sotto l’albero di bompresso del veliero (vedi la foto con la “polena” ed il…cane lupo Atlas). Helmuth Shmalzl (insigne artista della Val Gardena nonché ex campione di sci della “Valanga azzurra”) era, a quel tempo, commissario tecnico della nazionale italiana di sci. Il prezioso dono di Helmuth Shmalzl fu un premio alla tenacia del suo amico Pigna che era riuscito, contro ogni previsione (compresa la sua), a realizzare il suo sogno. La “polena”di Shmalzl, un nudo di donna alto due metri, in pregiato legno (il cimbro) conferì un tocco ottocentesco (e artistico) all’ex relitto diventato veliero e ribattezzato “Intrepido” (vedi “il relitto”).