Le crociere-charter. Il sogno di Pigna di diventare padrone della sua vita (almeno a bordo dell’Intrepido) sarebbe rimasto tale senza l’aiuto della moglie Liliana e dei figli Cinzia (medico) e Corrado (ingegnere), che nel 1976 era ancora un quindicenne studente dell’Istituto Nautico.(dove si diplomò “capitano di lungo corso”). Vero è che la moglie Liliana s’imbarcò senza grande entusiasmo sull’Intrepido e tuttavia, per amore del marito e dei figli, si adattò al nuovo ruolo di  “nostromo” nonché di cuoca, marinaio e, all’occorrenza, anche cameriera, senza dare a vedere di rimpiangere le comodità e gli agi della sua bella casa che fu venduta per fare di un relitto una goletta.  
          Archiviata l’ esperienza della crociera inaugurale in Grecia, l’Intrepido imbarcò anche la figlia Cinzia neo laureata in medicina, il pappagallo Picchio, il cane lupo Atlas (impossibile salire a bordo senza il suo permesso) e la cagnetta Susanna. Con l’equipaggio così potenziato l’Intrepido affrontò il suo primo noleggio (retribuito) nel porto di Monte Carlo. (vedi alla voce: “I charter commerciali).
          La prima esperienza. Nell’agosto successivo (1977) l’Intrepido affrontò la prima “crociera-charter”. A pagare il noleggio fu un industriale che si imbarcò con moglie, due coppie di amici e due figli adolescenti a dir poco pestiferi. Era la prova del nove. Nel timore di essere considerato poco “professionale”, come marinaio, Pigna offrì a quei primi ospiti-paganti ogni confort. Il suo punto di riferimento fu l’equipaggio del titolato “Totalscope” che lui e Dino Buzzati (con le loro mogli) avevano noleggiato per una crociera alle isole Eolie (vedi: Un veliero come casa). Anzi, fece di più.
          Ad esempio: sul Totalscope, lui e  Buzzati (abituati a leggere i giornali non appena svegli), dovevano provvedere di persona; mentre a bordo dell’Intrepido era il “capitano” (Pigna)  che sbarcava all’alba e  faceva anche il giro di forni e pasticcerie in modo che gli ospiti, al loro risveglio, trovassero in tavola, cornetti e brioches fumanti nonché i giornali che ciascuno di essi preferiva. Fatica sprecata sia perché gli ospiti consideravano “doverose” le sue premure(quando se ne accorgevano), sia perché c’era sempre un ospite che aveva da ridire su qualche dettaglio.
          Ospiti incontentabili. Anche la moglie e la figlia di Pigna (ottime cuoche) servivano in tavola ciò che gli ospiti preferivano. Eppure c’era sempre qualcosa che mancava: una particolare marca di bibita, un tipo di formaggio e così via. Ma, a parte queste inezie, l’equipaggio scoprì (a sue spese) che l’orario di lavoro non esisteva. Si sfacchinava di giorno e di notte, 24 ore su 24, perché occorreva stare dietro alle esigenze degli ospiti che erano molteplici, spesso imprevedibili e a volte stravaganti.  
          Per alcuni la prima colazione andava servita all’alba, per altri, sul tardi; e c’era chi preferiva pranzare prima, e chi dopo; mentre altri esigevano la colazione al sacco per andarsene col gommone. La notte, poi, occorreva accudire i i tira-tardi per servirli ma anche per evitate che facessero danno gingillandosi con gli attrezzi di bordo tutti delicati ed a perenne rischio di avaria. Quanto ai  5 “water”, tutti a motore elettrico, provvedevano i due adolescenti (e non solo loro) ad “intasarli” costringendo l’esperto (e paziente) Corrado a smontarli ed a  sbarcarli sul molo per “riparazioni” che definire disgustose è prezioso eufemismo.
           Al lavoro 24 ore su 24. C’erano poi gli impegni che ciascun ospite aveva programmato nei vari porti d’attracco. Ecco perché l’Intrepido navigava quasi sempre di notte in modo che, al risveglio, i richiedenti si ritrovassero nel posto desiderato. Il che li rendeva euforici e perfino riconoscenti: ma solo fino al momento in cui non ricominciavano a piantare grane fingendo di ignorare che i membri dell’equipaggio, non avendo chiuso occhio la notte, avessero diritto a un po’ di tregua.   
           Il 15 agosto del 1977 l’Intrepido gettò l’ancora a Capri. L’industriale non credeva ai suoi occhi. Si prodigò in elogi e volle spiegazioni sul “miracolo” d’essere riusciti a trovare, a Ferragosto, un ormeggio nel porto più intasato del Mediterraneo. Pigna spiegò che, dopo aver navigato tutta la notte, l’Intrepido s’era appostato all’alba (per ore), davanti al porto, nell’attesa che un altro yatch prendesse il mare lasciando libero un posto in banchina (che conquistò “sgomitando” con gli altri pretendenti).  
           I capricci della signora. Agli elogi del magnate fece eco la moglie che aggiunse la richiesta di “andare subito, con l’Intrepido, ai Faraglioni per vedere che faccia faranno i miei amici!” Quella volta fu il marito a ribellarsi: “ Io al posto in banchina non rinuncio. – sentenziò - ai Faraglioni si va in canotto.” Partirono e l’equipaggio si dette da fare per riordinare le cabine e tutto il resto prima di mangiare un boccone. Dopodiché, si distesero esausti sui materassini della “tuga”. Fecero appena in tempo a piombare in un sonno profondo, quando furono risvegliati da un: ”Ehi, là! Qui si poltrisce!”. Erano gli ospiti che rientravano euforici dai Faraglioni. “Che simpatici! – disse Cinzia – E magari adesso gradite un bel tè?” Il senso dell’umorismo di Cinzia non fu captato. Difatti la moglie del magnate, gustato il tè, proclamò che “per cena avrebbe gradito una bella zuppa di pesce che la nostra brava Liliana…”
          “…non potrà cucinare - la interruppe Pigna – perché, vede, l’equipaggio ha il turno di riposo che tocca quando non si dorme la notte. Ad ogni buon conto ho già prenotato il ristorante. Se volete essere nostri  ospiti!” La signora accettò l’invito senza battere ciglio e quella sera Pigna pagò un conto molto salato. Come capita a Capri nel giorno di Ferragosto. E poi erano in dodici e tutti affamati.   
          Issare le vele. Macché! Il sogno dell’equipaggio era di navigare a vela, mentre gli “ospiti” preferivano il motore (“per viaggiare più in fretta”). Finché, un giorno, il magnate optò per la vela. Soffiava un maestrale sui 15 nodi. L’ideale. L’equipaggio, per sbalordire gli ospiti e“convertirli” alla vela, issarono tutte e sette le vele: “a braccia”, ovvio, perché sui vecchi velieri non esistono winch (argani meccanici). Non era uno scherzo. Fatto sta che quando le 2 rande, le 2 contro-rande, il genoa e le altre due vele di prua (per complessivi 400 metri quadrati di superficie ) presero il vento,  l’’Intrepido” solcò il mare, maestoso, verso il largo. Altre barche, che navigavano (nella rada di Ponza), accostarono per ammirarlo. Da un gozzo partì perfino un applauso di ammirata simpatia. Ma la festa durò poco perché una signora volle rientrare in porto. Aveva un impegno col parrucchiere.

          Stremati e scontenti. La crociera terminò dopo un mese. I membri dell’equipaggio,  stremati, si aggrapparono alla speranza che in futuro le cose sarebbero andate meglio. Errore. Il fatto è che chi paga vuole essere servito e non gliene frega niente se le ore lavorative, in barca, non sono 7 o 8 (come sulla terraferma), ma 24. E ci vollero tre anni per comprendere che non si può  star dietro, per 24 ore su 24,  a gente che di rado apprezza e rispetta il lavoro degli altri. Fu così che Pigna non considerò più “interlocutoria”, ma da adottare in via definitiva, una sua idea già sperimentata a Monte Carlo dal 1977 al 1979: quella dei “charter commerciali”. (vedi).