L’albero d’oro. Pigna acquistò un tronco di larice per farne l’albero di “maestra”. Per “rifinire”l’albero il “maestro d’ascia”iniziò lavorando di accetta con i carpentieri. Dopo alcuni giorni Pigna partì e, al suo ritorno (dopo un paio di settimane), il tronco gli sembrò uguale a come l’aveva lasciato. In parole povere il lavoro di rifinitura durò più di un mese (davanti ai curiosi che assistevano e… ghignavano). Pigna pagò un milione e mezzo di lire di “mano d’opera”. Da rilevare che  il tronco, diventato l’albero d’oro, gli era costato solo 65 mila lire. Non quadrava. Pigna indagò e scoprì che i tronchi andavano ridotti in segheria (nel diametro voluto e gratis), al momento stesso dell’acquisto. Un lavoro di pochi minuti: mentre per una perfetta “rifinitura” occorrevano non più di un paio di giorni.
         Il “troncio” di Tognazzi. Nella circostanza Pigna subì il danno (truffa) e la beffa di diventare il protagonista (passivo) della barzelletta del “troncio” che il “falegname” Ugo Tognazzi impiegava anni per farne un solo…stuzzicadenti. Fu una utile fregatura. Difatti Pigna decise: 1) che, in sua assenza, i lavori andavano interrotti; 2) che non avrebbe più mosso un chiodo senza consultarsi con “esperti” davvero affidabili. Ne derivò che non potendo ingaggiare tecnici navali, inavvicinabili per le sue tasche, lanciò un “SOS”a preziosi amici come l’ammiraglio Tino Straulino, campione olimpionico di vela il quale, basandosi sulle foto che Pigna via via gli mostrava, pilotò a distanza i carpentieri e gli altri tecnici che completarono sia la struttura per il piano velico, sia il “bulbo”  (10 tonnellate di ghisa)  che fu realizzato, a regola d’arte (in fonderia) e dotò il futuro veliero di un pescaggio di 3 metri e 60 centimetri dal fondo della chiglia alla linea di galleggiamento. Un “bulbo” da…Coppa America.
          Il problema dei quattrini. Le premesse tecniche per realizzare la goletta ottocentesca furono così realizzate ma, a quel punto, occorrevano i quattrini per acquistare il motore, il gruppo elettrogeno, l’impianto elettrico, le vele, gli apparati tecnici per la navigazione nonché l’arredamento per ospitare, in maniera confortevole, i futuri “clienti-paganti” delle crociere-charter indispensabili per recuperare le spese di mantenimento del veliero. Quattrini che Pigna poteva racimolare solo vendendo l’unico bene che possedesse: la casa. Una decisione sofferta che fu presa dopo una democratica votazione in famiglia. Il quesito era: o la barca, o la casa. Non esistevano vie di mezzo.
         La vendita della casa. Pigna e i due figli votarono a favore della barca mentre la moglie Liliana si astenne. Era affezionata alla sua bella casa, tanto faticosamente conquistata e temeva il “salto nel buio”  che la famiglia stava per compiere. Ma lealmente accettò il verdetto e perfino il ruolo di madrina quando l’ex relitto “Padre Pio” fu varato e ribattezzato “Intrepido” in omaggio al settimanale omonimo a cui Pigna collaborava. In effetti gli editori dell’Intrepido furono fra i pochissimi a credere nell’avventuroso progetto di Pigna al punto di anticipargli 10 milioni di lire sui suoi futuri compensi. La goletta-cantiere restò all’attracco per un paio di anni ancora e i lavori proseguirono a singhiozzo (spesso Pigna si  assentava sia quando era all’estero come inviato del TG-1, sia quando era a corto di quattrini). Nel frattempo il figlio di Pigna, Corrado, diventò un esperto velista, presso il locale Circolo Velico, regatando (ancora bambino) sugli “optimist” e, in seguito, sui “420” e infine sui “470”.
         Il miracolo di San Correale. A fine luglio1976 gli editori dell’Intrepido (giornale) che Pigna aveva invitato per la crociera inaugurale annunciarono il loro arrivo per il 2 di agosto. La goletta era ancora un cantiere galleggiante: oggetti affastellati ovunque, cabine, quadrato e plancia: tutte da pavimentare. Una vera catastrofe che solo un miracolo avrebbe potuto scongiurare. E il miracolo si materializzò per merito di San Correale (al secolo Baldo Correale, l’imprenditore cognato di Pigna) il quale arrivò da Napoli a bordo di un camioncino carico di moquette e di operai. In due giorni l’ex relitto subì la definitiva metamorfosi. Finché camperà Pigna sarà grato alla sorella Marò e al cognato Baldo per l’inatteso “cadeau” che gli evitò la peggiore brutta figura dell’intera sua esistenza.      
         La crociera inaugurale. L’Intrepido salpò l’ancora per la crociera inaugurale (in Grecia) il 2 agosto 1976. L’equipaggio era composto da Pigna, dalla moglie Liliana con la ”aiutante” Pina, dal figlio Corrado col collega Massimo (entrambi quindicenni e studenti dell’Istituto Nautico) e infine da un pescatore (con reti) e da un falegname (che completò, navigando, la passerella di poppa per l’imbarco e lo sbarco dei passeggeri). La figlia Cinzia, impegnata nella tesi di laurea in medicina, fu assente giustificata. Le quattro cabine migliori furono assegnate agli editori dell’Intrepido (giornale), sette in tutto con gli amici, che furono ospiti graditi e collaborativi.  

         L’Intrepido rientrò in Italia un mese dopo. Il pescatore e il falegname furono sbarcati senza rimpianti. Da quella esperienza Pigna imparò: 1) che non avrebbe mai più imbarcato estranei nel suo equipaggio; 2) che la goletta teneva il mare magnificamente; 3) che in barca la vita di ognuno è sempre nelle mani degli altri. Il che significa che la fiducia deve essere reciproca e incondizionata; come è fra genitori e figli: come fu tra i membri della famiglia Pigna: l’equipaggio ideale. Fiducia, ma anche tolleranza e pazienza quando si è costretti a fare una crociera-charter e tra i clienti c’è chi vuole togliersi lo sfizio (pagando) di essere capriccioso o troppo esigente. Capita. E capitò quando, a causa dei costi di ormeggio e manutenzione dell’Intrepido diventò inderogabile l’esigenza di incassare i quattrini delle famigerate crociere-charter. (vedi: le crociere-charter).