Il relitto. Pigna amava il mare da sempre perché suo padre (ingegnere) aveva costruito la villa estiva della famiglia (1926) proprio sugli scogli al centro del golfo che va da Nisida a Capo Misero. E lì Pigna imparò a nuotare quasi prima che a camminare. In seguito, ancora adolescente, imparò a navigare a bordo della nave-scuola “Libeccio” del Collegio Navale (dove aveva frequentato il liceo classico); e poi ancora, anni dopo, assaporò insieme con Dino Buzzati (e con le mogli Almerina e Liliana) il gusto di andare per mare, “in crociera”, durante due magiche vacanze in Costa Azzurra (1963) e alle Eolie (1966), a bordo del Totalscope, una vecchia nave in legno che Luchino Visconti utilizzò per ospitare  l’attore Burt Lancaster durante le riprese del Gattopardo.  
          Quella ultima esperienza affascinò Pigna al punto che un anno dopo acquistò la sua prima “barca”, un Bora 2  lungo sei metri, dotato di una cosiddetta “cabina” alta non più di un metro (!) nella quale riuscì a stivare la moglie Liliana, la figlia Cinzia, dodici anni, e il figlio Corrado di cinque anni. Lui si arrangiò nel “pozzetto”con “tendalino” che riparava dal sole ma non dalla pioggia. Fu una estate molto piovosa. Tra l’altro Pigna scoprì che una cosa è navigare agli ordini di un esperto comandante, altra è improvvisarsi “capitano”. L’auto-ironico “diario di bordo”di quella catastrofica crociera fu pubblicato su Forza Sette, diretto da Carlo Marinkovich e, anni dopo, a puntate, sul Guerin Sportivo diretto da Gianni Brera (molto divertito alle disavventure nautiche dell’amico Pigna).
          L’ammutinamento. La famiglia, traumatizzata dall’esperienza, si ammutinò e “capitan” Pigna barattò il Bora 2 (più conguaglio, a rate), con un più abitabile “otto metri”, sostituito l’anno dopo con un “dieci metri”(tutte “occasioni” di seconda mano) e infine dal “Bagattelle”che misurava12 metri ed era perfetto per un mese di vacanze in mare, ma non per diventare la barca-casa che Pigna sognava e che lui “immaginò” in un relitto prossimo alla demolizione nel porto-canale di Porto Garibaldi.  
         Per trasformare il relitto nell’agognato veliero Pigna impiegò quattro anni (1972-1976) sia per endemica mancanza di quattrini, sia anche perché gli operai che ingaggiava, bravi e gran lavoratori quando Pigna era “in loco, diventavano pigri (eufemismo) quando lui non c’era. Morale: i lavori andarono avanti solo durante i giorni di riposo o le vacanze che Pigna immolò per quattro lunghi anni fra gli sfottò di parenti e amici che lo giudicavano un visionario se non proprio un matto da legare.
          Un affare. Il relitto fu trasferito a Civitanova Marche. In primo luogo fu riparato e “calafatato”  a dovere lo scafo in quercia che, dotato dell’albero di prua (bompresso), fu affiancato ad un molo del porto dove iniziarono i lavori di rimozione della cabina (di ferro), del vecchio motore e di altri rottami che, venduti a “peso”, fruttarono 2 milioni e mezzo. L’incoraggiante inizio indusse Pigna a trasformare lo scheletro dello scafo in una sorta di cantiere galleggiante dotato di pompa di sentina e degli attrezzi (seghe, trapani etc) occorrenti per proseguire i lavori “in economia”. La  corrente fu fornita dalla Azienda Elettrica  con una “presa a terra” ottenuta con un regolare contratto.  
          Nello scafo, che misurava, “fuori tutto, 30 metri, fu subito “arrangiato” un alloggio di prua (4 posti letto, cucina e servizi) che Pigna utilizzò per risparmiare i soldi dell’albergo. Tra i colleghi e gli amici che lo vedevano sfacchinare come una bestia, c’era chi sentenziava che con “ i soldi spesi Pigna avrebbe potuto costruire uno scafo nuovo di zecca”. Una balla che fu smentita dal padrone del vicino cantiere navale il quale ammise che “lo stesso scafo costruito ex-novo, sarebbe costato  50 milioni; e cioè 45 milioni in più di quanto Pigna sborsò fra l’acquisto del relitto, il lavoro già eseguito e il danaro rientrato con la rivendita del vecchio motore, della cabina e del materiale di recupero.        
          Apprendista carpentiere. Per risparmiare quattrini Pigna diventò apprendista carpentiere e, per risparmiare tempo (e quattrini), si occupò anche degli acquisti (chiodi, viti, vernici etc.) sfrecciando con uno scooter da un negozio all’altro. Fu così che imparò che cosa volesse dire lavorare “in economia”. Un giorno gli toccò di rifornirsi di una cinquantina fra “gambetti e moschettoni. A conti fatti, per equipaggiare il veliero, avrebbe dovuto acquistarne centinaia e cioè spendere un capitale: solo per i “gambetti! Allora Pigna si informò e scoprì che a pochi chilometri c’era una fabbrica di gambetti e moschettoni. Ci andò e li acquistò a 400 lire (!) l’uno invece che a 5 mila lire l’uno. Come a dire che, quella volta, invece di spendere 250 mila lire per acquistare i 50 gambetti, Pigna sborsò solo 40 mila lire. Un bel risparmio per lui, ma una fregatura per il tizio che gli aveva suggerito di recarsi presso un certo negoziante “suo amico che gli avrebbe fatto un buon prezzo”.
           Acquisti e…tangenti. E lì Pigna seppe che quel negoziante pagava una percentuale del 10 per cento a chi “suggeriva” ai potenziali clienti di fare gli acquisti presso il proprio negozio. Una prassi in uso ovunque, anche a Monte Carlo dove, anni dopo, Pigna pagò i 100 franchi indicati sulla ricevuta nel negozio (dove aveva fatto gli acquisti) e si vide restituire 10 franchi: giusto il 10 per cento della cifra “ufficialmente denunciata sulla ricevuta”. Il fatto è che il negoziante l’aveva scambiato per il “capitano” (salariato) del veliero attraccato al molo, non per il proprietario.  
          Forse Pigna non era proprio”matto da legare” (come dicevano gli amici), ma, di sicuro, aveva molto da imparare! Ebbe, ad esempio, la dabbenaggine di fidarsi di un “maestro d’ascia”che gli stessi suoi concittadini di Civitanova (quasi tutti bravi e onesti artigiani) consideravano poco “affidabile”.

Dal canto suo quel “maestro d’ascia”era persuaso che Pigna fosse un “divetto della TV” eccentrico e volubile che andava assecondato fino a quando non si fosse stancato di farsi derubare. La fortuna di Pigna fu che la prima vera fregatura (che subì) fu talmente grossolana da aprirgli gli occhi. Una fregatura che gli fruttò il derisorio soprannome di “padrone dell’albero d’oro”. (vedi: l’albero d’oro)