La presentazione di Dino Buzzati al libro
 “Miliardari in borghese” di Alfredo Pigna
 
 
         Questa galleria di ritratti è un ottimo esempio di ottimo giornalismo moderno.
         Che cosa significa giornalismo moderno? Forse che anche una volta non esistevano buoni giornalisti?
         Esistevano sì, e sono appunto i pionieri dello stile moderno. Ma non erano molti. Specialmente in Italia le cronache e gli articoli dei giornali risentivano, troppo spesso, di quell’accademismo che domina ancor oggi le scuole medie e superiori.
…….Prendete un giornale d’altri tempi. Tra vita descritta e vita vera c’è qui un netto distacco. Personaggi grandi e piccoli non sono come il nostro prossimo che frequentiamo giornalmente ma risultano come cristallizzati in un modulo convenzionale. Lo stile, il frasario, i vocaboli sono diversi da quelli usati in famiglia e nel lavoro. Uno non “va a casa ma “si reca”, la polizia non “fa” un arresto ma “opera” un arresto, il delinquente non viene portato a San Vittore, ma “tradotto”, non “c’è stata” una cerimonia ma si “è svolta” o “ha avuto luogo”. Affiora appunto il pestilenziale linguaggio dei regolamenti ufficiali , la cattedraticità ammorbante dei testi scolastici,la preoccupazione, deleteria in tutta la cultura italiana, di essere seri, serissimi, austeri, severi, paludati e rompiscatole. E in questa direzione il ventennio fascista, con tutta la sua retorica, non poteva, ovviamente, che aggravare la precedente situazione.
        Una bella bonifica, sull’esempio del giornalismo anglosassone, si è compiuta in Italia dopo la guerra. Basta con la retorica, basta con le frasi fatte, basta con le versioni “ufficiali”, basta con il perpetuo terrore di parlar male di Garibaldi. “Corriere Lombardo” quotidiano, ed “Europeo”, settimanale, furono ai loro tempi dei carri armati che spianarono il campo ancora ingombro di vischiosi cespugli e mucchi di venerande immondizie.
       Ma è ben difficile nel giro di pochi anni sovvertire una tradizione entrata nel midollo del popolo italiano. Andate a sentire un discorso, una conferenza. Tranne rare mosche bianche, l’oratore non si preoccupa di dire le cose che ha in testa con le parole più semplici, come se parlasse ad un amico in piena confidenza, ma si preoccupa di fare la bella frase, il bel periodo, la bella immagine, il paragone brillante, si avvolge in un manto solenne cercando di trarne aulici viluppi ed eleganti pieghe; mentre una cappa plumbea di noia precipita su chi lo sta ad ascoltare.
       Altro esempio tipico. Il giornalista, per conto del suo giornale, va a fare, mettiamo, un viaggio nell’America del Sud, per fare una cosiddetta “inchiesta”. Dal Sudamerica manda decine di articoli fatti a regola d’arte e ammirati da tutti; altri ne scrive ancora dopo il suo ritorno. Dopodiché incontra un amico che gli dice: “Complimenti per il tuo servizio. Hai fatto degli articoli di prim’ordine. Tre o quattro li ho tagliati fuori per tenerli da quanto mi sono piaciuti…Ma, dico, a proposito, laggiù come si sta veramente?”
      Dell’America del Sud aveva raccontato tutto, situazione politica, economica, paesaggi, costumi, virtù e difetti, grandezze e miserie, conflitti ed amori. Ma non aveva detto le piccole, banali umili cose della vita quotidiana, proprio quelle che il pubblico desidera massimamente sapere.
       Ripeto, una grande bonifica si è compiuta negli ultimi anni in questo senso e di giornalisti aggiornatissimi si possono fare parecchi nomi e può darsi che l’amico chieda: “Ma come si sta laggiù veramente?” solo perché in realtà quel servizio non l’aveva letto. Ma un certo costume di controllato, se non grave, accademismo aleggia ancora nelle pieghe delle nostre pubblicazioni.
        Una grande bonifica. E il giovane cronista, mandato all’aeroporto per l’arrivo dello scià di Persia, non dimentica oggi di scrivere come era vestito e di che colore era la sua cravatta. Ma quando si tratta di personaggi altolocati, non è frequente che il giornalista vada al di là di queste notazioni esteriori. E dica quindi le cose che veramente al lettore X premerebbe soprattutto conoscere: la sua vera sostanza umana, le sue abitudini, le sue debolezze, il vero segreto del successo. Pettegolezzi, si dirà. Allora tutti i grandi storici sono stati dei tremendi pettegoli.
        Ma come si fa per sapere certe cose? Occorre travestirsi da cameriere ed entrare surrettiziamente dall’entrata di servizio della reggia? O installare clandestinamente un magnetofono nella sala dell’incontro internazionale? O farsi assumere come mozzo sul panfilo di Onassis?
         Casi di giornalismo avventuroso ce ne sono stati e sempre ce ne saranno. Ma non costituiscono certo una regola del mestiere.
          Per far scendere i grandi uomini e le grandi donne dal loro piedistallo così da farli apparire comuni mortali, quali infatti sono, ci sono principalmente tre sistemi, dei quali esistono pure in Italia vari illustri campioni.
         Il primo sistema è il più sicuro e consiste nell’andare sul posto, nel raccogliere la massima quantità possibile di testimonianze, di citazioni e di note, di tampinare una quantità di persone, di rendersi invisi per l’insistenza, di sgobbare insomma, di scavare il soggetto fino alle fondamenta, di preparare specialmente l’intervista vera e propria formulando opportunamente le domande così da ottenere nel minimo tempo la massima quantità di notizie. Tipico esempio di questi sistema è la rivista “ Time”.
         Il secondo, più caro agli italiani, e più brillante, è quello di trasformare l’intervista in un duello o addirittura in corrida. Non incenso, ma irriverenza. Evidente che occorrono un temperamento e un estro specialissimi. E soprattutto uno spirito e un senso dell’”humour” non comune da noi. Il risultato, se la giostra è stata svolta bene, e di gran lunga più divertente.
         Il terzo sistema è quello di indurre il personaggio a scendere dal piedistallo e a denudarsi lui stesso spontaneamente. E’ un lavoro di psicologia quasi sempre difficile, talora difficilissimo, in certi caso impossibile. Io, per esempio, di fronte a simili imprese, sono uno zero assoluto. Ma riconosco che il frutto di questo metodo, quando riesce, è di gran lunga il preferibile.
         Ed ecco che siamo arrivati ad Alfredo Pigna. Perché Pigna dimostra in questo libro, una bravura sorprendente proprio nell’arte di scoprire la verità umana dei grossi personaggi.
         Pigna non li attacca con la sfacciataggine, o l’improntitudine, o lo scherzo, o l’ironia o l’astuzia. Per prima cosa Pigna, appena introdotto nello studio del temutissimo grande industriale – ma farebbe lo stesso col presidente degli Stati Uniti o con Mao Tse Tung – ha la virtù di mettere il personaggio a suo agio. Perché non bisogna dimenticare: il giornalista è intimidito dai big ma anche i big sono intimiditi dai giornalisti e perciò tendono a chiudersi nel loro guscio, a dire il meno possibile, nella forma più vaga possibile. I big hanno il terrore dell’indiscrezione e dello scandalo.
          No. Con Pigna, dopo neppure un’ora di colloquio, il pezzo grosso non ha più paura dell’indiscrezione. Come diavolo ci riesca io non saprei dire, ma dopo neppure un’ora di colloquio Alfredo Pigna, per il personaggio intervistato, non è più un giornalista ma semplicemente un amico di casa.
           Conseguenza: non c’è più bisogno di architettare domande calibrate a inghippo, non ‘è più bisogno di esaurienti questionari. Il pezzo grosso intrattiene il simpatico ospite invitandolo a pranzo, facendogli vedere la sua casa e le sue collezioni, portandolo con sé alla passeggiata, a caccia, a pesca, in barca. E siccome ha del tutto dimenticato che Pigna è un giornalista, il tremendo boss, che fa tremare decine di migliaia di dipendenti, non ha più cipigli, non recita più la parte, non si impone più la maschera, si rilascia, diventa completamente se stesso e si rivela per l’uomo che è. Esattamente l’uomo che il pubblico dei lettori desidera incontrare.
 
                                                                                                  Dino Buzzati