Baid. Pigna scrisse “Baid” (1949) ispirandosi alle vicende di cui era stato testimone quando fu assunto, come “scaricatore di porto”, dal Comando delle truppe “alleate” a Napoli. Nel gergo della malavita, “Baid” (termine anglo-napoletano) indicava un “colpo grosso”. Il libro era il diario di una realtà, scomoda e controcorrente, da cui emergeva che i  “liberatori” anglo-americani si dimostrarono  assai più ladri dei napoletani ladri. Fece eccezione il tanghero che mise a segno il “baid”  descritto da Pigna. Del libro non esistono più copie. Ecco, in sintesi, l’ambiente e le premesse che l’ispirarono.  

          Gli eserciti “alleati”che occuparono l’Italia riservavano alla popolazione i lavori più umili. La paga minima era di 200 lire al giorno: una vera manna, per i napoletani affamati.  Con quelle 6 mila lire al mese l’allora diciottenne Pigna poté finalmente aiutare sua madre, vedova di guerra, alla quale lo Stato aveva assegnato una pensione “privilegiata” di 630 lire al mese (!) del tutto insufficienti per sfamare i suoi quattro figli (Pigna e le sue tre sorelle più giovani di lui).
         Il primo lavoro fu di caricare (e scaricare) le immondizie del porto con i camion “alleati” che erano guidati dai “PW” (prigionieri tedeschi). Un giorno Pigna, tolto dai rifiuti, fu spedito a Casoria per prelevare un carico di 50 sacchi di zucchero. Arrivato sul posto, mostrò la “bolletta di carico” ad un sergente “alleato” e costui gli chiese quanti sacchi “extra” volesse. Pigna non capiva.
         “Che significa?” domandò ad un facchino. “Significa che il sergente vuole 10 mila lire (mille lire per ogni sacco “extra”che ti carica sul camion) e tu scarichi gli “extra” a questo indirizzo.” Pigna provò a ribattere, ma il facchino gli disse che se avesse piantato grane ci avrebbe rimesso il posto. Allora Pigna portò i sacchi “extra” all’indirizzo indicatogli e incassò ben più delle 10 mila lire che il facchino aveva anticipato al sergente. Fu così che Pigna seppe di essere diventato un “ricettatore”. Suo malgrado e per volere di un sergente “liberatore”.  
          Era l’andazzo corrente che a Pigna ripugnava anche perché temeva di perdere il posto e le preziose 6 mila lire del suo legittimo salario. Qualche tempo dopo fu messo a segno il “baid” che fece precipitare gli eventi. Per la prima volta, in quel deposito, fu un italiano a rubare, non un soldato “alleato”. E fu lo stesso autore del “colpo grosso” a dare la notizia per vantarsene con i compagni di lavoro: ai quali offrì da bere e pochi spiccioli (del bottino). Il tizio raccontò che, dopo aver rubato una  “bolletta di carico” autentica, aveva fermato per strada uno sconosciuto autista tedesco col quale andò a prelevare i 50 sacchi di zucchero, indicati nella bolletta, rivendendo poi l’intero carico ai ricettatori.    
          Era orgoglioso per il “grande baid” messo a segno e aggiunse, compiaciuto, che il tedesco era tornato al suo campo, felice per la “mancia” che lui gli aveva regalato. Qualcuno allora gli fece notare che la matricola del camion, scritta sulla “bolletta” (di un carico sparito nel nulla), era una prova schiacciante contro il prigioniero tedesco. Il grande “baitista” cascò dalle nuove e  ammise di non averci  pensato. In compenso giurò che avrebbe rintracciato l’autista tedesco per metterlo sull’avviso.  Ma sapeva di parlare a vanvera perché non conosceva neppure il nome del poveraccio.
          Dopo quel fatto Pigna decise che non sarebbe mai più tornato al lavoro e consigliò agli altri di fare altrettanto. Ma fu considerato un guastafeste e nessuno gli dette ascolto. Un paio di mesi dopo il tedesco fu spedito ai “lavori forzati” e molti altri finirono in galera. Il fatto è che l’autore del “baid”, per evitare gli schiaffoni degli MP (Military Police) “confessò” i nomi dei “complici” e cioè dei compagni ai quali aveva elargito, per sbruffoneria, un bicchiere di vino e pochi spiccioli di mancia. Il processo si concluse con una condanna: dai 3 ai 4 anni di reclusione a tutti i “complici” (anche perché alcuni di essi, per quanto del tutto innocenti riguardo al “baid”, erano pregiudicati).  
         L’unico colpevole se la cavò invece con pochi mesi di carcere. Fu il prezzo che il “pentito” incassò per aver denunciato i compagni e cioè per  aver consentito, al Comando alleato, di proclamare in un comunicato-stampa, che gli ammanchi nei loro depositi (dovuti ai continui furti compiuti da loro stessi) erano da attribuire ad una “pericolosa” banda di napoletani colpevoli, “pertanto”, anche di associazione per delinquere. Un bel colpo per l’Alto Comando alleato: alla faccia della verità.
          Pigna scrisse “Baid” nel 1949. Dopo la laurea in legge aveva anche tentato di fare l’avvocato per accontentare Nannina, la sua portinaia. Nannina lo aveva visto nascere e da anni lo tormentava per via di un tale che le aveva truffato 50 mila lire. Interpellato da Pigna, l’avvocato del furfante ammise la colpa del cliente e gli consegnò un assegno di  45 mila lire che Pigna girò a Nannina confidando nel  buon cuore della portinaia. E difatti Nannina si sdebitò con ben 6 (sei) uova fresche, di giornata. Fu allora che Pigna decise di non tentare mai più di fare l’avvocato. Almeno a Napoli.   
           A quel tempo, essendo ancora iscritto al CUS (Centro Universitario Sportivo) di Napoli,  fu selezionato (tuffi e pallanuoto) per i campionati nazionali in programma a Merano dove conobbe il futuro “Premio Strega” Raffaele La Capria (Dudù, per gli amici), campione italiano di tuffi. I due diventarono amici e tra un confidenza e l’altra, Dudù seppe della generosa “parcella” di Nannina, della vicenda del “baid” e della decisione di Pigna di emigrare in Venezuela dove cercavano palombari.
         La Capria trovò interessante la storia del “baid” e suggerì a Pigna di farne un romanzo che avrebbe potuto presentare al concorso delle “4 Arti” che assegnava un premio di 100 mila lire al vincitore: giusto i quattrini di cui Pigna aveva bisogno per emigrare. E per convincere Pigna (che non si considerava all’altezza), gli suggerì di provare a scrivere un paio di capitoli. Lui li avrebbe letti e gli avrebbe detto, con franchezza, se valesse la pena di continuare, oppure no.
         Pigna aveva solo quattro anni meno di Dudù, ma l’intelligenza, la cultura, la pacatezza e il senso dell’umorismo di la Capria lo mettevano in soggezione. Perciò, una volta tornato a Napoli, cominciò a scrivere come un matto: di giorno, di notte, senza tregua. Gli riusciva abbastanza facile perché seguiva l’ordine cronologico delle vicende, comiche, drammatiche, sentimentali e spesso inverosimili che aveva vissuto in prima persona. E, dopo ogni capitolo correva a Posillipo, a Palazzo Donn’Anna, dove abitava La Capria, il quale, a sua volta, stava scrivendo il romanzo “Un giorno di impazienza”.
        Ognuno di loro leggeva ciò che aveva scritto l’altro e, ogni volta, La Capria diceva a Pigna di non smettere. “Baid” fu consegnato alla giuria del “Premio delle 4 Arti” due giorni prima della scadenza prevista dal bando di concorso. Pigna non vinse le 100 mila lire ma solo la pubblicazione del libro che spettava al secondo classificato. A vincere fu Nino Longobardi, un giornalista che Pigna ritrovò, anni dopo, quando fu nominato direttore della “Tribuna Illustrata” il settimanale nel quale Longobardi si occupava di critica televisiva.        
        Una volta partito da Napoli Pigna incontrò La Capria, molti anni dopo, in un piccolo ristorante del centro di Roma. Dudù era in compagnia della splendida moglie Ilaria Occhini. Si salutarono affettuosamente come se si fossero lasciati il giorno prima. Né si incontrarono più. Almeno finora.