Il rito delle svanvere. Gli svanveramenti  Buzzati-Pigna diventarono un rito irrinunciabile che produsse, fra l’altro, anche l’idea di affiancare una “traduzione” agli incomprensibili discorsi di certi politici. Emerse dalle traduzioni che nessuno ci capiva niente perché… non c’era nulla da capire; e, svanverando sulle lettere dei poveracci che denunciavano le ingiustizie subìte, nacque “Giustizia per i pensionati”, un “romanzo” a puntate che svelò le malefatte della burocrazia capace di negare, per anni e anni, pensioni sacrosante; oppure di assegnare pensioni miserabili a vedove di guerra (o altro) sulla base di parametri risalenti a mezzo secolo prima. Come diretta conseguenza nacque la rubrica “Il ministro risponde”; e nessun ministro osò mai negarsi agli appelli di via Solferino.
           Potenti ma sconosciuti. Un giorno filtrò per caso (dall’ufficio pubblicità) la notizia che la sconosciuta Ferrero  (cliente-inserzionista del Corriere della sera) non solo era diventata, in pochi anni, la più grande azienda dolciaria dell’intera Europa, ma che l’unico padrone era un aitante ragazzo di trenta anni. Una storia di interesse giornalistico che suggerì la svanvera di scoprire e di dare un volto (e una storia) ai vari sconosciuti protagonisti di quel miracolo economico che stava risollevando l’Italia dalle macerie della guerra restituendole l’antico prestigio in ogni angolo del mondo. L’ovvia deduzione fu che nomi come Agnelli, Ferrari, Pininfarina, Innocenti, Enrico Mattei, Faina, Ferrero, Borghi, Zanussi e così via, fossero noti,  per lo più, come marchi di fabbrica (Fiat, ENI, Rex, Atlantic, Ignis, Montecatini, Faema, Ferrero, etc.) ma non come uomini in carne ed ossa, protagonisti di storie spesso più interessanti di quelle scritte e riscritte a getto continuo sui divi del cinema o della TV.    
            Meglio delle teste coronate. I boss dell’industria erano personaggi schivi che concedevano rare e stringate dichiarazioni e solo ai fogli economici; anche perché essi rifiutavano per norma ogni forma di intrusione nella loro vita privata, D’altra parte era tutta gente che non ingolosiva più di tanto i più agguerriti concorrenti della Domenica del Corriere ( Oggi, Gente, etc.). in caccia perenne delle (ex) teste coronate, dei loro rampolli, dei divi del cinema e della TV: e cioè di tutti quei soggetti da copertina ai quali i giornali specializzati in “gossip” (si dice oggi) dovevano le loro fortune editoriali.  
           Miliardari da “stanare”. Buzzati affidò a Pigna la rubrica I potenti che nessuno vede mai con l’impegno di stanare i “potenti” dai loro austeri uffici (fra segretarie e tirapiedi:il che avrebbe prodotto articoli ingessati, noiosi e illeggibili), ma di vincerne la riservatezza entrando nelle loro case (per descrivere i loro autentici rapporti con mogli, figli, maggiordomi o domestici) e magari, aggiunse Buzzati, di andarci a sciare insieme, oppure in crociera sui loro yatch, e via svanverando. Pigna eseguì: andò a sciare, in crociera, e seguì i potenti anche sui loro aerei o elicotteri. La rubrica ebbe successo e ne venne fuori anche il libro Miliardari in borghese, con la prefazione firmata da  Dino Buzzati, il quale volle cavarsi la soddisfazione di svelare i misteriosi artifici ai quali era ricorso Pigna per portare a termine una impresa altrimenti impossibile (vedi alla voce lo scrittore).
            Verità dissacranti. Lo slogan “se è scritto sulla Domenica del Corriere vuol dire che è vero”, fu suggerito da un lettore. Ne derivò la convinzione che la Domenica del Correre avrebbe potuto rincorrere la verità magari anche smentendo, con scrupolose ricerche, gli stessi libri di testo scolastici che erano infarciti di retorica e di balle su tanti capitoli della storia d’Italia. A cominciare dalla vera storia della prima Guerra Mondiale che, in 20 puntate, sbugiardò, tra l’altro, generali dello Stato Maggiore che erano  stati tramandati come eroi e che, invece, si erano comportati da codardi o da opportunisti. Soltanto la Domenica del Corriere avrebbe potuto concedersi un tale lusso senza temere l’accusa di anti-patriottismo. Difatti nessuno protestò e i lettori aumentarono ancora.            
           L’”amica TV”. Da una svanverata sulla neonata televisione si ipotizzò che la TV non fosse affatto una nemica del giornali (come molti sostenevano) ma che fosse vero il contrario. Partendo dunque dal presupposto che  era la TV ad orientare i gusti del pubblico, ne derivava che i giornali avrebbero venduto più copie se avessero appagato la curiosità dei lettori su personaggi e argomenti che la TV lanciava ma che era costretta a “raccontare” in modo incompleto per endemiche esigenze di spazio. Adesso lo hanno capito tutti; ma per quei tempi fu una “utile scoperta”sperimentata con successo quando, ad esempio, l’ormai pensionato Cesco Tomaselli accettò di scrivere un articolosulla tragedia del “Dirigibile Italia”che la TV aveva riproposto dividendo gli italiani a metà (come era  accaduto a suo tempo), fra quelli che consideravano il capo della spedizione al Polo Nord, generale Umberto Nobile, un eroe e i molti (come Mussolini), che lo giudicarono un vigliacco.
           Unico testimone vivente. Tomaselli, unico testimone vivente, aveva seguito la spedizione a bordo del dirigibile come inviato del Corriere della sera ed era sopravvissuto per puro caso alla tragedia (1928). Fu un’impresa convincerlo, ma dopo il primo articolo dovette scriverne altri 11 (undici) per non deludere i lettori che avevano sommerso di lettere la redazione. L’incremento di vendite del settimanale fu enorme. Un altro aumento di vendite coronò la pubblicazione, in esclusiva, dei racconti di Alfred Hitchcok sulla scia del successo che i “gialli” del celebre regista riscuotevano in televisione. Un’esclusiva che costò quattro soldi perché Hitchcok, considerato merce pregiata per cinema e Tv, era valutato solo 10 mila lire per ognuno del racconti gialli che aveva raccolto in un libro e che la Domenica del Corriere pubblicò affiancandoli alla tradizionale Realtà romanzesca.   
            Il processo alla TV. Un’altra rubrica di successo fu il “Processo alla TV”che consisteva nel “valutare” i programmi attraverso le requisitorie dell’accusa e le arringhe della difesa. A sentenziare furono gli stessi lettori. L’iniziativa ebbe vasta eco perché Pigna convinse l ‘amico Enzo Tortora, (vedi alla voce televisione: la lettera di Tortora) uno dei personaggi più popolari della TV, ad accettare il ruolo di avvocato difensore; ruolo che Tortora svolse con competenza, signorilità ed ironia.  
             Fu quello il periodo più intenso della vita professionale di Buzzati. Ma era e resta anche il meno conosciuto. La critica osannava Buzzati come scrittore, elzevirista, autore di teatro o come eccelso cronista, anche sportivo (il Giro d’Italia), ma di quelle 7-8 ore al giorno che dedicava alla ex moritura Domenica del Corriere, pochi seppero e… tramandarono.  Tra quei pochi va ricordata Camilla Cederna che nella sua rubrica parlò di quel miracolo editoriale senza precedenti che era diventata La Domenica del Corriere di Buzzati. ( vedi: Un periodo burrascoso)
             Un periodo burrascoso. Il sodalizio di Pigna con Buzzati durò dieci anni. Pigna ne fu segnato sul piano professionale e umano. Risale infatti a quel tempo il burrascoso periodo che Buzzati descrisse nel romanzo Un amore: una sorta di masochistico diario che contribuì ad isolare Buzzati più di quanto non avesse già provocato la sua scelta di restare al di fuori delle snobistiche correnti culturali del tempo. Pochi seppero perdonargli la “sbandata” per Laide, la ragazza-squillo (che, nella realtà, si chiamava Silvana) e che lo fece soffrire più di quanto Buzzati non avesse descritto nel libro. Un romanzo che fu impietosamente stroncato dalla critica; e perfino dai suoi amici più cari: che si defilarono.   
             Sciare e…svanverare. Pigna fu diretto testimone di quella tormentata vicenda e fu accanto al Dino sempre: quando lo vide rifugiarsi nel lavoro come un forsennato, quando gli chiedeva di continuare a svanverare (per non restare solo) anche a cena, o durante i week end dai Pirovano, allo Stelvio o a Cervinia, dove andavano a sciare. Ma il più delle volte Buzzati trascorreva la notte lavorando fino all’alba. In quel periodo scrisse La colonna infame che il bravo Gianni Cajafa interpretò per il teatro di Maner Lualdi, un Don Giovanni (per la TV), libretti per il musicista Chailly e molto altro ancora compresa la sceneggiatura del film Un fischio al naso, che Buzzati scrisse insieme con Pigna e che fu interpretato e diretto da Ugo Tognazzi il quale era rimasto affascinato dal Caso clinico dello stesso Buzzati (che il premio Nobel Albert Camus tradusse per il teatro e la Tv francesi).
             Strano riconoscimento . Eppure, fu proprio durante quel tormentato periodo che la Domenica del Corriere diventò il settimanale più venduto (1 milione e 280 mila copie) realizzando quel miracolo (Camilla Cederna dixit) che rivitalizzò l’intera azienda di via Solferino con la nascita del nuovo stabilimento-stampa (per star dietro alle crescenti tirature della Domenica del Corriere), e la creazione di rotocalchi come Amica. A Buzzati quel miracolo  fruttò la… promozione a critico d’arte (!) che lui, incredulo e amareggiato, alla fine accettò abbandonando la Domenica del Corriere al  suo destino (che fu infausto).  La verità è che Buzzati era ormai stufo di battersi contro i mulini a vento; e poi aveva incontrato Almerina che lui sposò e che lo rese felice fino all’ultimo dei suoi giorni.

            Promosso e…trasferito. Dal canto suo Pigna confermato (pro forma) vicedirettore della Domenica del Corriere,  fu dirottato a Roma come direttore della acquisita Tribuna Illustrata, anch’essa da rilanciare. Pigna eseguì e ricominciò a svanverare  con giovani di talento come Viviano Domenici, Raffaele Fiengo, Gianfranco De Laurentis, Giovanna Grassi, Bartolo Pieggi, Vincenzo Nani e Graziella Berandi. Il risultato fu che le 48 mila copie della  Tribuna Illustrata  furono più che raddoppiate (in 5 anni), mentre la super potenziata Domenica del Corriere (i redattori da 3 diventarono 30) subì un inarrestabile calo di vendite. Fu un “miracolo”(all’incontrario) che ne propiziò la fine ingloriosa. Morale: alla Tribuna Illustrata, giudicata concorrente (!) della Domenica del Corriere, fu, senza alcun preavviso, mutato il nome in T-7, e poco dopo fu tolta dalle edicole. Una mostruosità editoriale che il comitato di redazione del Corriere della sera lasciò correre: inerte e silente. E fu l’avvisaglia del “tornado” che si sarebbe abbattuto sull’azienda di via Solferino. Pigna se ne andò rifiutando le allettanti offerte che gli furono fatte per trattenerlo al  Corriere della Sera. Qualche tempo dopo anche Indro Montanelli, Egisto Corradi e altri 30 redattori abbandonarono il Corriere della sera alla vigilia dello scandalo della “P-2”. Pigna fu disoccupato per sei mesi prima di essere assunto alla Rai-TV. (vedi Televisione)